Siamo costantemente subissati da una narrazione dominante che descrive gli algoritmi e i colossi del Big Tech come entità onnipotenti, capaci di manipolare ogni nostra scelta, emozione e interazione. Ma se lo sforzo principale da compiere oggi non fosse trovare un colpevole esterno, bensì riappropriarsi della nostra libertà personale attraverso la consapevolezza?
In questa puntata di METRICHE Talk, Domenico ha ospitato Antonio Palmieri, Presidente della Fondazione Pensiero Solido ed ex storico comunicatore politico e parlamentare di Forza Italia. Al centro della conversazione c’è il suo ultimo libro, dal titolo emblematico: Non è colpa dell’algoritmo. Come e perché possiamo usare bene la nostra libertà tra social e intelligenza artificiale (Edizioni Gea).
Dall’illusione dei nativi digitali fino al “rivale temibile” dei genitori moderni, ecco l’analisi dei punti chiave emersi durante l’intervista.
1. La vera distinzione: utenti Consapevoli vs Inconsapevoli
Nel dibattito contemporaneo si tende a dividere gli utenti tra “nativi digitali” (presunti esperti della rete per ragioni anagrafiche) e “immigrati digitali”. Palmieri scardina questa ripartizione introducendo una dicotomia ben più profonda: quella tra consapevoli e inconsapevoli.
Insistere esclusivamente sullo strapotere delle tecnologie, secondo l’autore, genera unicamente deresponsabilizzazione, sconforto e sterile moralismo. L’inconsapevolezza ci rende vittime passive, laddove la consapevolezza ci restituisce il controllo.
“Dobbiamo maturare una doppia consapevolezza. Da una parte, capire come funzionano i social e l’IA generativa. Dall’altra — ed è l’aspetto che a scuola non ci insegnano — comprendere come siamo fatti e come funzioniamo noi esseri umani. Siamo esseri relazionali, non solo razionali, e cerchiamo costantemente un senso nelle cose. Chi progetta gli algoritmi conosce perfettamente questi meccanismi, esattamente come chi allestisce gli scaffali di un supermercato. Solo recuperando questa lucidità possiamo smettere di farci usare dalla tecnologia.”
2. Abbandonare il “Bollismo” per ritrovare il confronto
All’interno dell’economia dell’attenzione, le piattaforme sfruttano un tratto psicologico innato nell’essere umano: l’omofilia, ovvero la naturale tendenza a circondarsi e stare bene con i propri simili o con chi la pensa allo stesso modo.
Palmieri definisce gli effetti degenerativi di questo comportamento online con un neologismo: il “bollismo”.
“L’algoritmo impara a conoscerci e tende a mostrarci esclusivamente contenuti e persone coerenti con le nostre idee preconfezionate. Il mio invito è aderire attivamente alla lotta contro il ‘bollismo’: usciamo intenzionalmente dalla nostra comfort zone digitale. Iniziamo a seguire persone che stimiamo ma che la pensano in modo diametralmente opposto al nostro. In questo modo otteniamo due grandi risultati: mettiamo alla prova le nostre convinzioni e testiamo quelle altrui, sempre in una logica di rispetto reciproco.”
La scelta delle piattaforme diventa quindi un abito su misura. Raccontando la sua transizione professionale da X (usato ormai solo per annunci istituzionali) a LinkedIn, Palmieri sottolinea come i criteri guida per abitare una “casa digitale” debbano sempre essere due: la confacenza e la convenienza rispetto ai propri obiettivi relazionali.
3. Profilare l’algoritmo (e non farsi profilare)
Un errore comune è subire passivamente la tecnologia. Riprendendo storici modelli di comunicazione politica — come le campagne di Barack Obama del 2007 e 2012 incentrate sul microtargeting e sulla progressiva raccolta di dati proprietari degli utenti — Palmieri evidenzia come l’algoritmo agisca sia nell’interazione esplicita sia nel silenzio del “trattenimento” passivo.
La soluzione proposta non è l’isolamento o la disconnessione punitiva, ma un’azione proattiva:
“Non dobbiamo permettere all’algoritmo di profilarci passivamente. Dobbiamo essere noi a profilare il nostro algoritmo. Come un bambino, va nutrito bene, educato con i contenuti che sono realmente utili alla nostra crescita e al nostro benessere. Solo così pieghiamo lo strumento a nostro beneficio.”
4. L’Intelligenza Artificiale “Relazionale”: un temibile concorrente per i genitori
L’ultima parte dell’intervista affronta la sfida più delicata dell’era contemporanea: l’impatto dei chatbot e dei sistemi di IA generativa sugli adolescenti. Palmieri propone di modificare la definizione tecnica di IA “conversazionale” in IA “relazionale”, proprio per la profondità dei legami simulati che l’interfaccia riesce a stabilire con l’utente umano.
I chatbot, addestrati all’uso del linguaggio naturale, si presentano come interlocutori infallibili: non giudicano, non interrompono e accolgono l’utente come se si trovassero in una costante “giornata mondiale della gentilezza”. Elementi che li trasformano in concorrenti spietati per l’autorità e il dialogo familiare.
Per vincere questa partita educativa, Palmieri formula la regola delle tre A:
- Accogliere: Ascoltare i figli e le loro istanze (anche le più astruse) senza l’istinto immediato di giudicare o interrompere.
- Arginare: Stabilire confini precisi basati sulla realtà biologica e sociale.
- Accompagnare: Guidare i ragazzi nella navigazione quotidiana.
“Se non lo facciamo noi genitori riscoprendo il senso profondo di una comunità e della relazione pura, state certi che lo farà l’algoritmo al posto nostro.”
5. La pedagogia sociale oltre la burocrazia
In conclusione, analizzando il ruolo attuale delle istituzioni e della classe dirigente di fronte alla transizione digitale, Palmieri esprime un giudizio chiaro: sebbene la consapevolezza politica sia in crescita, gli strumenti normativi delle democrazie occidentali sono inevitabilmente lenti rispetto alla velocità esponenziale della tecnologia.
Proprio per questo, l’impegno della Fondazione Pensiero Solido si concentra sulla pedagogia sociale rivolta al singolo individuo: l’unica reale forma di regolamentazione efficace parte dalla nostra mente e dalla nostra capacità di esercitare la libertà di scelta.
Guarda l’intervista completa su uraniamedia.it





